martedì 29 settembre 2015

Master and Commander

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Il porto di Ayos Kirikos, ad Icaria, costa sud   - Sporadiorientali, è una trappola per topi. Intendiamoci. Si tratta di un porto. Con Diga foranea, aavamporto, Banchina commerciale. Banchina per i traghetti. 
Solo l'Est- Nord est può dare fastidio, far entrare mare. Il meltemi - Nord, talvolta nordovest, ci va giù duro, è risaputo. Le Alte montagne che sovrastano la cittadina, ne raddoppiano l'intensità. Il mare è piatto, ma diventa bianco, onde basse e schiumose, violentissime; le ancore devono essere ben salde. Per non danneggiare le barche. La terra è il peggior nemico di una barca. Non è un detto e basta. È vero, se non è tutto a posto. Se non hai ormeggiato come si deve.
il porto, comunque , è creato per i bastimenti e per i grossi pescherecci, Che si ormeggiano all'inglese, non buttano l'ancora, cioè,  lungo la altissima diga foranea, oppure per i traghetti, che stanno due minuti  fermi sulle cime di poppa, anch'essi senz'ancora, ma facendo mulinare, con motori a tutta forza, le loro eliche, fabbricando, di conseguenza, turbolenza nell'acqua, che si traduce in onda, onda che entra dentro, onda che non si spiaggia, perdendo forza, perchè la spiaggia non c'è, c'è una gradinata di pietra, al suo posto, bella ma perfida. L'onda baldanzosa si approssima ai bianchi gradini di granito, schiuma, ritorna indietro. e tu, soprattutto la tua barca, la deve accogliere. Meglio che può.


Non è giorno di meltemi. è uno dei motivi per cui siamo qui. I venti son da sud, ma, nell'aria, c'è molta elettricità. ti pare che ci sia il sole, ma è un abbaglio, dura poco, si tratta di un buco blu, tra le nuvole. grigie e nere. Sono quelle nere a non garbarmi. Non si arrotolano sull'acqua, ma potrebbero. Il temporale, quando arriva, manda il vento in confusione. Si, potrebbe farlo venire anche da est, anche da prua, o, peggio, da nordest, da là, dove la nuvolona stanziale sopra alla rupe che ci sovrasta, nerissima, potrebbe decidere di allargarsi. E sarebbero problemucci. Perchè farebbe entrare onda e abbatterebbe le prue di lato. prua su prua che pigia, ancore che lavorano, affaticate, su un fondale che fa i capricci, non tiene bene. il cemento è lì. Ad un passo. Ed è duro.



La cittadina è veramente bella. Diversa, dalle altre visitate fino a questo momento. Sa di ruspante, come il pollo buono. I turisti, adesso, non ci sono proprio. Ma la piazza è vivace, è domenica, dopo la messa son tutti lì, a godere del sole, ad appropriarsi dei loro spazi, davanti ad un caffè metrio.famiglie intere.


La piazza la vedrò dopo. Nel silenzio delle ore di religione, cammino, per la prima volta sola, quest'anno, in cerca di paesaggi, situazioni.

E mi sembra di esser ritornata piccina, all'Elba. I sassi, che continuo a chiamare sassi, nonostante gli studi, sono quelli. Quelli di casa mia, della mia infanzia.


Torniamo al porto, al protagonista di questa piccola storia vera, al porto che osserviamo dal caffè, affollato, dopo che le chiese hanno rilasciato i fedeli. i posti di transito, comodi, perchè vi è acqua e, se si è di buona volontà, anche corrente, per barche a vela, sono quattro. uno, intesta di molo, all'inglese( legato a prua e poppa sul pontile, senza ancora) e gli altri tre con l'ancora. La terza barca, quella più interna, deve pescare poco. non tanto per il fondale in banchina, che è oltre ai tre metri, quanto che, se si butta l'ancora alla giusta misura, fuori, senza sovrapporsi alle catene altrui, si attraversa un basso, veramente basso. E ci si incaglia. L'altro moletto interno che si vede nella foto, parallelo alla diga foranea, è gremito di barche locali, ognuna attaccata al suo masso di cemento, sott'acqua, riconoscibile, in superficie, grazie ad una boetta dai colori sgargianti.
Torno indietro, mi spiego meglio, partendo da noi, dal nostro ancoraggio, in calma di vento, con i goccioloni di pioggia sulle nostre teste, non attrezzate. Entriamo, alla solita velocità di 1,5 nodi, quella dei porti sconosciuti, quella che non sai cosa ti aspetta, nell'incedere.
Il portolano del Rod non segna pericoli. Lui lì, il Rod, non c'è stato, chiaramente. Se ci fosse stato sarebbe un criminale. Entriamo nel porto interno, sapendo che, qualora non vi fossero opportunità di ormeggio lì, torneremo fuori e ci sistemeremo, in qualche modo, protetti dalla diga foranea, quella lunga, quella che ripara da Sud. la piccola massicciata di sassi che raddoppia la difesa del porto interno, è insidiosissima. Qualche sassone deve essere franato , bisogna passare molto discosti. cento metri almeno. Ma anche dall'altra parte, quella del moletto e della gradinata, bisogna guardarsi. Il fondo è tutto buche e rialzi, fangoalghe e sassi. Quelli che fanno scivolare via l'ancora.. Testa del molo è occupata. Peccato.
chiediamo all'unica barca all'ancora se secondo loro c'è fondo, lì accanto. Ci dicono di si. usciamo fuori. buttiamo l'ancora. Poca catena, non tiene. molliamo l'ormeggio, il gigante buono che ci ha preso le cime dice, mentre ci aiuta a mollarle, no, non vi preoccupate, vi aspetto.
e noi andiamo ancor più fuori, oltre ai massi della diga interna. Son cinquanta metri di catena, ora tiene. Bene. Grazie gigante, grazie vicini di barca. Israeliani. Parliamo. Ci garbano. la mattina dopo riparliamo. ridiamo insieme, poi Ci salutiamo, loro prendono un'auto a noleggio e vanno a fare un giro.
Torniamo al caffè, ad una piccola barca francese, due tenerissimi ragazzi che si ormeggiano accanto a noi, la mattina dopo, quella mattina che ci vede gli unici guardiani del molo.
I ragazzi hanno commesso il nostro primo errore. Poca catena.



Arriva il traghetto. Non perdona. La sua onda, che non si arresta neanche quando è fermo ed imbarca motrici e vetture, costringe i ragazzi a stare piegati sul molo, le braccia tese a tener lontana la poppa della simpatica barca. Il T. corre, mezzo minuto ed è già lì, a controllare acquacheta e ad aiutare i ragazzi a mollare gli ormeggi. Lo osservo, dalla mia poltroncina di vimini. Pago, sono pronta a scattare, se qualcosa non quadrasse. Un attimo ancora, ed il T. è a prendere le loro cime dalla testa del molo, quel posto ganzo, dove non si butta l'ancora, lasciato vacante qualche ora prima dal precedente inquilino.
tutto tranquillo, si pranza, si riposa. 
alle cinque del pomeriggio, è un attimo, giro la testa, e c'è una piccola barca a vela accostata agli israeliani, ancora in giro per le bellezze dell'isola. La barca non ha ancora, si tiene a prua a quella israeliana, a poppa, è legata alla bitta in testa di molo. la piccola francese, dietro, è guardinga.
Il T. dice, nel suo inglese imparato qui in Grecia, ma, funzionale: vieni accanto a noi,  tu ci riesci, ad entrare.
lui, un altro francese, solitario, risponde che va bene, a patto che il T salga a bordo, e gli cali l'ancora.
È di nuovo un attimo, vedo il T. allontanarsi sulla barchina, lo saluto, sperando di essermi definitivamente liberata di lui, ci ripenso, sto in apprensione finchè non vedo la prua francese avvicinarsi a noi, il T. a poppa, che srotola metri di cima. bene. Adesso l'ormeggio è chiuso. Decine di metri di cima francese attraversano lo specchio acqueo. Sono molto in superficie. farebbero danni a chiunque volesse avvicinarsi. Non contento il Solitario ci chiede di potersi attaccare anche a noi, con un traversino, per non avvicinarsi a terra. dove è basso e la barca stava per incagliarsi. e vabbè, perchè no, ci hai l'ancora che tiene (l'ha calata il T. memore del nostro errore commesso, quindi è a cinquanta metri dalla banchina) diamoci mano.


Tornano gli Israeliani. Ignari. Nessuno racconta loro delle ultime evoluzioni. Non c'è motivo. Il cielo è grigio ed elettrico, ma siamo in calma di vento, anche se qui tutti, sappiamo, che tra un momento o l'altro, potrebbe scatenarsi qualcosa, forse anche no, ma non ci è dato saperlo. Per fortuna non siamo padroni del mondo, noi bipedi dotati di scatola cranica, capiente, ad ospitare qualcosa dentro, che, per quanto grande, non possiede la magia di predirre il futuro, anche se prossimo.
La banchina diventa una piccola comunità, αllietata da un felino che ci ha adottati tutti. parliamo lingue diverse, quella israeliana, poi, è davvero tosta, si, c'è molto arabo, mi ha confessato la signora, la vera Admiral., ma l'inglese, anche se primitivo, e l'amore per questo mare, aiutano le nostre conversazioni.
la sera siamo tutti in piazza, sotto ai lecci, a cenare, tavolini contigui, ma discreti. Il francese (chiAmiamolo Solitario, per distinguerlo dall'altro, quello fidanzato) no. Lui è veramente spartano. Forse si cucina qualcosa di maialoso, a bordo.
Alle due di notte sento l'albero pompare, nel sonno. la catena dell'ancora accenna uno sdrong sdrong. è segno che c'è vento, un pochino, e la barca si sposta un pò, e la catena struscia sui massi erratici immersi nel fango. Ho imparato a dormire, la notte, non lo facevo mai, anni fa, sapendo
 che il T. sapeva che c'ero io, con l'orecchio teso, e quindi dormiva beato. mi sono stufata, di far la sentinella al T. o, forse, anche tranquillizzata, nelle giuste condizioni. L'ancora ha preso, mi giro, mi riaddormento.
per poco. lo sdrong sdrong impersevera, sempre di più, i fischi sull'albero pure. vabbè, ma una cosa non quadra proprio. La conversazione notturna. In francese, in inglese. Sembra di essere al mercato e sono le quattro di notte.
mi alzo, esco fuori.
La barca israeliana, accanto a noi, scade con il vento, che è temporalesco. A bordo, non i soliti tre, Ma quattro, c'è un tizio che sembra Angelo Branduardi, sulla prua, tiene una cima in mano, la Admiral Israeliana, vestita di tutto punto, con grande flemma, conversa con Angelo, ma lui è sordo, fa i cavoli suoi, mentre un'altra prua, enorme, nuova, ben visibile in uno sprazzo di luna, si presenta a novanta gradi da quella israeliana.
Accanto ci sono problemi, dico al T. che ruggisce, nel sonno, eee sono arrivati alle due di notte, quelli lì, non potevano stare a casa loro?? li ho sentiti, c'era il mondo intorno, son tornato a letto.
Li ha sentiti???? Meraviglia delle Meraviglie, devo continuare con la mia tattica diversiva.
Si, ma...... Ora, ci sono problemi, dico, mentre, il Branduardi sta fermo con la cima in mano,  la barca israeliana va per i cavoli suoi, la poppa tenuta lontano dalla banchina dalle forti braccia del gigante buono, i giovani francesi, tanto per cambiare, sono stesi a tener discosta quella grande, nuova poppa di legno, che scodinzola alla grande, dalla loro prua. motori tutti accesi, vento che si fa sentire, al traverso, ecco, quella nuvola stanziale ha deciso di venirci a trovare. E qui siamo impreparati, e qui, qualcuno, in questo buco di mondo, con questo fondale assassino, in mezzo alle rocce, alle catenarie che affollano il fondo, e ai bassi, ha deciso che doveva entrare, alle due di notte, in un posto dove un posto non c'è, invece di ormeggiarsi più fuori, in sicurezza, sottolineo, Alla grande diga, al molo dei traghettini, in mezzo, cacchio, l'avamporto è enorme e protetto.  buttando un'ancora  ed aspettare la luce. Quando s'arrivava di notte in un porto sconosciuto, tanti anni fa, ci si metteva al distributore ( qui non c'è, ma vi sono situazioni affini). Aspettando l'alba, per fare le cose per bene.. questo mare aspro, ha un pregio. Le distanze. Tutte fattibili in una giornata. Autunnale. Se arrivi alle due di notte vuol dire che ci volevi arrivare, a quell'ora. E rompere i coglioni al prossimo. A meno che tu non sia un ganzo. I branduardi, i norvegesi, non lo erano. o, per lo meno, non si sono dimostrati, quella notte.
Pretendevano di stare lì appesi. con un'ancora assente, con il temporale in arrivo, tenendosi agli israeliani, che hanno spedato, perchè la barca era grossa, molto pesante. E i fidanzati francesi dietro, a tenerli discosti
il T. ruggendo, si piazza sul molo. " hai capito il mio progetto, vero?? ed intanto gli israeliani si erano legati a noi, glielo grida il T. in italiano, io traduco, gridando, ed intanto acchiappo la cima gettata dall'admiral, e l'assicuro all nostra prua. ma agli israeliani era legata anche quell'ancora inesistente del wahalla, e che cacchio, una barca di dieci metri con una piccola delta a reggere due bestioni, con il temporale, quanto potrà durare??Acquacheta piega la prua sotto alle raffiche, ma l'ancora, tracinata dal vento e tirata dalle altre due barche, orfane, regge ancora.
Il T pronuncia una parola in inglese. due bestemmie riferite ai norvegesi  e tre parole  in italiano. A correre, per mezzora, costanti. parlo inglese solo dopo le otto, si scusa con gli israeliani, ed io traduco, per mezzora, solo le parole. Le parolacce le tralascio, tanto si intendono ugualmente. zompa sul peschereccio ormeggiato  sul nostro molo sottovento, ordina ai norvegesi di andare fuori, staccare la prua dalla barca israeliana,  ai francesi pure. i norvegesi non capiscono nulla, sono inebetiti, i francesi, invece, hanno capito tutto. ci sono voluti venti minuti di traduzione accalorata, per far capire ai norvegesi che loro dovevano prendere il posto dei francesi, in testa di molo, ed i francesi si sarebbero affiancati a loro, successivamente. Piccola barca accanto a grande barca..... comprendi???
la testa di molo è piccola per la grande barca di Odino, il T. acchiappa le loro cime e le ferma alle bitte del peschereccio, smadonnando in toscano stretto, mentre mi ordina di saltare sulla barca vichinga ( bei legni sotto ai piedi nudi, devo dire ) ed ormeggiare i francesi rapidi, all'indietro scodinzolanti. Super!!! esclama il ragazzo francese entusiasta, mentre assicuro, al buio, laluna è ormai un ricordo, una cima sconosciuta su una bitta estranea.
I vichinghi , tre, eseguono tutto lenti, come degli automi. Mi ha un po' impressionato questo loro comportamento. Non sanno dire grazie. non lo diranno neanche la mattina dopo. Credo non si siano resi conto del rompimento di coglioni che hanno provocato, a tre barche, a notte fonda, per il capriccio di mettersi lì, dove diceva il portolano, quel Rod hikell che nemmeno c'è stato, vaffanculo anche a lui.
nel frattempo gli israeliani sono ancora legati alla nostra prua. La loro ancora, oramai inutile, è sul musone di prua. Ma ora siamo dritti. due no, ma Una barca la possiamo reggere. all'alba, cioè dopo un'ora, escono fuori, ancorano nuovamente. Sul pontile compare anche il solitario, in tenuta da tempesta, a raccogliere le cime. Bonjour, gli diciamo. Lui riceve, sorride, mostrando una bocca un po' sguarnita, mi fa simpatia, il furbone.

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l'admiral israeliana fa il caffè per tutti. Anche noi, mettiamo sul fuoco due moke, ce le beviamo, dribblando con eleganza il beverone israeliano.
Ed il T. da quel momento, è stato chiamato da tutti (no, i vichinghi no) Capitain, anzi, Master.
però. master e commander per una notte, anche se non c'erano i cannoni, anche se non eravamo nei mari del sud. C'erano i Francesi, si, ma non eravamo in guerra. Master and Commander, vabbè, ridimensioniamo; un Attempato diportista, che si ricorda dei porti nostri, quando non c'era il business, nè le trappe, nè i conforts. E si stava in terza fila. Sull'ancora, al Giglio Porto, con il temporale.








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