martedì 16 settembre 2014

Agathonisi. Son cose serie, finiscila di far poesia




È questo ciò che mi ha detto Domenico, appena ho cominciato a leggergli la bozza di quanto avevo scritto. Si perchè il blog, di solito, glielo leggo dopo averlo pubblicato, ma questa volta avevo bisogno di un censore, e lui è molto severo. quindi, ricomincio d'accapo, dal titolo, poesia poca, non c'è niente da esser poetici, però qualcosa l'ho, l'abbiamo vista, quindi la dovevo scrivere.



Ad Agathonisi, il porto è un non porto. È un molo di cemento dove attracca il traghetto e dove risiede l'ormeggio della Guardia Costiera. Poi c'è un cosiddetto "ormeggio degli yachts" dove pochi si azzardano ad accostare, perché bassissimo di fondale, e quando arriviamo noi, infatti, non c'è nessuno.


Sono tutti fitti alla ruota davanti alla spiaggia, altri, a grappoli di terze file, sono accostati all'ormeggio del traghetto, perché, si urla dalla banchina, tanto fino alla mattina dopo, alle undici, non arriverà. L'ormeggio della Guardia Costiera è vacante. 
Non ci va di andare in terza fila, non ci passa neanche per la testa di andare ad occupare lo spazio della Guardia Costiera, quindi buttiamo un'ancora nel gruppo, attenti a non accavallarci con le altre catene.



Gli abitanti di Agathonisi, son gente tosta, pescatori pastori/ ristoratori.
poche stanze in affitto, tante capre.
E a Yorgo (George, come ha chiamato la sua taverna, non mi piaceva, l'ho chiamato così e lui ne è stato felice) abbiamo chiesto, aspettandoci una risposta, che poi si è rivelata completamente errata:" e durante l'inverno dove andate, Samos, Atene?"
Un sorriso malinconico, e poi :" No, dovrei andare ad Atene, per curarmi i denti, ma non posso. Qui ci sono le mie capre, che d'estate sono libere, trovano da mangiare. Ma l'inverno? Non possono stare senza le nostre cure. E qui mi zitto, e dovrò zittirmi molto, in queste due intense giornate.

Intanto the Harbour Master, molto educato, veramente, ma secondo me anche un po' a digiuno di ormeggi alla ruota, ci aveva fatto levare l'ancora e metterla un po' più in là, perchè, secondo lui, eravamo un po' troppo vicini alla banchina della Guardia Costiera. Ciò poteva anche essere, ma perchè non ce lo aveva detto prima, quando, anzi, penso malignamente io, vedendo una donna al timone al secondo tentativo di ancoraggio, aveva chiesto, premuroso:" avete problemi????" nooo, assolutamente, abbiamo rifatto la manovra per lasciare libero il passaggio alla motovedetta"

No, non vi preoccupate, qui va bene, basta che stiate attenti nei prossimi cinque minuti, arriva un piccolo ferry. Stiamo attenti, e dopo i cinque minuti greci il Ferry arriva, non quello di linea ovviamente, e va ad ormeggiarsi da tutt'altra parte. Arki ci aveva abituato a questo tipo di manovre, il Ferry piccolo ormeggia dove gli torna comodo, anche in seconda fila, a volte.
Eppoi dopo due ore, non andava più bene, il nostro ormeggio, dopo il Ferry intendo. Nessun problema.

Insomma, ci spostiamo di nuovo per lasciare acqua alla motovedetta, ceniamo molto degnamente da Yorgo, e presto, ce ne andiamo a dormire. 

La mattina seguente, ci alziamo intorno alle otto, avevamo programmato un giro per questa isola, molto affascinante, nonchè una sosta in un diverso rifugio, senza strade e senza case, e, dopo il caffè, mettiamo il naso fuori. 

L'Harbour Master, augurando a tutte le barche all'ancora un buon giorno, invita gli equipaggi ad andarsene, perchè sta arrivando il Vero Ferry. Beh, con congruo anticipo, penso tutta imbambolata, mentre Domenico afferra il binocolo e mi dice, con tono grave:" Sta arrivando la motovedetta. È carica di cose, cioè, sembran cose, da quanto sono tante e ammassate, ma sono persone". Ed è un attimo, la motovedetta con i suoi baffi a prua, attracca con agilità, non disturbiamo affatto, e, tra le voci a toni alti dei militari, sbarca una quantità abnorme di persone. Non ho scattato fotografie, per pudore. Non sono un reporter e non ho il dovere di documentare. 

Mi dà un enorme dolore assistere, impotente, a queste vicende, dal mio yacht, anche se è solo di dieci metri.

Ce lo avevano detto:" Agathonisi é diventato un posto adatto agli sbarchi. Li mollano lungo le coste turche, e li mettono a bordo di canottini da bambini, quando tira il Meltemi, così è il vento, a condurli in Europa. E poi gli lasciano, sul canottino, dei coltelli affilati, non per uccidere, no, almeno, non è quello il primo scopo, bensì per squarciare la loro imbarcazione di fortuna, quando una qualsiasi altra imbarcazione passa loro accanto. A quel punto sono da considerarsi a tutti gli effetti, naufraghi, e se li lasci in mare poi, a parte il fatto che diventi perseguibile per legge, ma questa è la cosa minore, ti rimangono vita naturaldurante sulla coscienza, se non li prendi a bordo."

E canottini affondati sugli scogli, ne abbiamo visti, nella rada di Poros.

Vengono dalla Siria, dall'Afganistan, da paesi in guerra.
E tu non puoi fare nulla, se ci provi c'è caso che ti infili nei guai. 
anni fa, quando si andava a passare le vacanze veleggiando alle Egadi, si arrivava fino a Pantelleria, ma Lampedusa, Linosa, no, il pensiero, ascoltando, a quei tempi, il canale vhf 16   ed i lanci quotidiani di May Day, tutti provenienti dal tratto di mare che separa la Libia da Lampedusa, era:" ma se scopriamo di esser vicini, che si fa???? È ovvio si salvano, si trainano. 

O provatevi a trainare, con una barca a vela, un'imbarcazione stracolma di persone disperate, assetate ed affamate, che ad ogni onda rischia di rovesciarsi, e quindi bisogna andare ad 1 nodo all'ora. Oppure. Pensate di stare accanto all'imbarcazione, e, chiamando le varie guardie costiere, mentre le aspetti, cercare di rifocillare tutti, acqua e cibo, difendendosi da coloro che tentano di salire a bordo, magari ci son bambini piccoli, e che fai, non li fai salire????? E non fai salire la mamma? E non fai salire il babbo, ma allora cominciano a voler salire tutti ed è un casino. E poi le Guardie Costiere, allertate, che non si fidano, leticano tra di loro, ti fanno il terzo grado, e poi decidono tra di loro chi deve intervenire, arrivano, e ti rifanno il terzo grado e poi devi seguirli fino al porto dove per tre giorni almeno, ti ricontrollano tutto e ti rifanno il terzo grado, mica perchè son cattivi, ovvio, ma questa è la prassi e tu potresti essere identificato come un pericoloso mercante di uomini.
Mi verrebbe di aggiungere altre cose, su questo argomento, ma ho paura di strafare. Quindi mi zitto












 






sabato 13 settembre 2014

Arki, si torna e poi si ritorna, ma questa volta è per volare a casa






È un post, questo, scritto a singhiozzo, perchè nel frattempo sono successe cose, più importanti, che mi hanno distratto. Però Arki se lo merita tutto, questo racconto, e quindi, a singhiozzo, procedo.

"Tutta coscia o mezza coscia o solo gamba?" la domanda c'entra poco con Arki, ma si adatta, in un certo qual modo, alla mia giornata del primo giorno di scrittura, quando, a Samos, abbiamo deciso di non entrare in porto ma starsene due giorni all'ancora a prendersi questo meltemi, e di andare a fare rifornimenti con il tender, perchè tanto il T. è sotto sale e di acqua se ne consuma pochissima. Trattasi infatti di una espressione, che mi fa piacere ricordare, grazie a questo girovagare per la Grecia che mi fa affiorare un sacco di bel vissuto, e che si adatta a tutte le volte che devi andare a fare la spesa in gommino, e non ti senti, per decenza , di andare in costume da bagno, e, se come è questo il caso, di meteo meraviglioso, ma freschino, con meltemi arzillo, neanche in shorts.
Qualche anno fa, una Signora, mia carissima amica, nonchè collega di lavoro, nonchè Segretario dell'Autorità di Bacino del Fiume Magra di cui ero, con enorme piacere, membro del Comitato Tecnico, organizzò un interessantissimo workshop su quello che si era fatto, e quello che ancora si sarebbe potuto fare, per mantenere la naturalità di quello splendido fiume, senza nuocere alla sicurezza degli abitati che nel frattempo, scevri di qualsiasi preoccupazione, occupavano con scuole, asili, supermercati, e quant'altro, le sue affascinanti, ma vulnerabilissime sponde. Nel programma del workshop erano previste, e come si poteva pensare diversamente, escursioni sul fiume, laddove i meandri si facevano interessanti, e, conseguentemente interessante, il trasporto solido fabbricato dal fiume. Si raccomandava, agli aspiranti partecipanti, di munirsi con uno stivale "a tutta coscia" sicuramente perchè, per poter osservare meglio il lavoro del fiume sui sedimenti e sul trasporto, in generale, si doveva traversarlo, tutto o quasi. Ecco, su quel termine" tuttacoscia", che per i pescatori di fiume deve essere parte del linguaggio consueto, con la Mia Amica ci siamo fatte delle sane risate, perchè, mi confidò, non era stata lei ovviamente a volerlo inserire nella Brochure del workshop, essendo lei a digiuno di tipologie di stivali, ma ne era stata consigliata dagli Addetti ai Lavori. Allora, nel gommino, a fare la spesa con meltemi arzillo, e freschino, ci vai con un pantalone a "mezzacoscia", che fa le pieghe se lo tiri un po' più su, ma torna che è una meraviglia, e poi, scesa, te lo ritiri giù e ritorna anche meglio. fai la tua figura e non ti ammolli. Detto questo, perchè a Pitagorion ci siamo fermati con l' obiettivo provviste,  andiamo oltre, cioè indietro di qualche giorno.

(ecco, questa foto la dedico a Samos, grande, fertile, storica e, a parer mio nauticamente non affascinante. Ma come non avere un ricordo degli scogli di Kiriakos? Domenico, il Mio Amore??)


Progetti, non ne esistono, meglio così, si progetta tanto, d'inverno.
Diciamo che si va un po' a Nord, hai visto mai che incontriamo i nostri amici olandesi che scendono. Tanto a Nord, però, no, perchè l'estate sta finendo, e a Nord la probabilità di piogge è più elevata, ne faremo la scorta, tornati in Toscana, quindi, solo un po' più a nord. A Nord di Lipsi c'è la splendida Arki, con i suoi isolotti. Nel, si fa per dire, porto di Arki, Port Augusta, l'anno scorso, a ottobre, ci abbiamo passato una settimana e forse qualche giorno in più a causa di una burrasca da Sud, e, a seguire immediatamente, una peggiore burrasca da Nord, accompagata da un gelo polare tale da lasciare esterefatti i sette abitanti dell'isola che si gardavano tra loro stupefatti, infagottati nei piumini da sci (!) e protetti da cappellini di lana, questi, senz'altro, più marinareschi.
In quei giorni l'abbiamo amato, questo rifugio, e girato a piedi (io) in lungo ed in largo. Ma Acquacheta era rimasta ormeggiata lì, ben salda sulla sua ancora e cime assicurate al moletto, non ci eravamo spostati, per mare. E pensare che dalla cima delle aride colline si vedeva un mondo incantato, fatto di insenature profonde, corridoi tra gli isolotti, meandri di mare turchese spazzato dal vento. Da tornarci, sicuramente ed esplorare. quindi, quest'anno, si va e si esplora. Prima esplorazione, Marathi, toponimo delle case che punteggiano la costa Est dell'omonima isola, accostata ad Arki. Decisamente un luogo di villeggiatura, 





e dunque, da luogo di villeggiatura la trattiamo, ovvero, si scende a terra una sola sera e poi la sera dopo, alla boa, cena in casa, intima, tanto, per quello che ci hanno fatto spendere alla taverna, bellissima, scicchissima e alternativissima, due sere alla boa c'entrano. Nessuno protesta, in Turchia ci avrebbero accoppato. Si perchè noi abbiamo acchiappato una boa molto distante dalla terraferma, quasi sulla punta, ed é molto piacevole starsene qui, mentre soffia, di giorno e di notte, e a pochi metri da noi qualcuno ha tracciato una riga precisissima che separa il canale, pieno di papere, spumeggianti, da questa baia tranquilla, e, per quello che ci riguarda, silenziosissima ed amena.
E poi si torna ad Arki, la Nostra Arki. 




E sono veramente luoghi incantati, gli ormeggi che offre l'isola di Arki, a Sud, tra gli isolotti che le si appiccicano addosso. Thaiti, l'abbiamo ribattezzata quel dedalo di anfratti, da quando ce l'ha suggerito il miglior Ammiraglio che conosco, l'anno scorso, quando il vento faceva nebbioline su quelle coste che rimiravamo da lontano, infagottati nei nostri piles, e dove era sconsigliabile, allora, ormeggiare. Thaiti, punto, dice tutto, non c'è bisogno di descrivere oltre. E la giornata, in calma di vento, che abbiamo passato lì, e la nottata, altrettanto affine, ce lo hanno fatto godere, questo ormeggio esotico.







E poi Arki è un'isola generosa, per i marinai, offre numerosi ripari, pur così minuscola: Porto Stretto, con la sua confortante laguna, melmosa, nel fondo, ma per questo rassicurante. Qui, lo dicono anche quei bellissimi sassi multicolori,  Il Meltemi perde, però è una, anzi sono due baie biforcute, esposte ai venti da sud.

Ed infine c'è Port Augusta, entri lì e sei in una botte di ferro


Anche senza tender ti vai a fare due passi e sei in questo paradiso


E puoi guardare, tranquillo, l'effetto che fa, là fuori. Geometrie perfette



noi amiamo port Augusta, sopra ogni cosa, di Arki, è lui il piccolissimo, ma allo stesso tempo enorme cuore di questa isola


Port Augusta è un porto senza diga, perchè di dighe non ha bisogno, è la terra, il promontorio a Sud che si sovrappone più che abbondantemente con la lingua di terra a Nord, a far da difesa dai venti da SudOvest che d'inverno si abbattono impetuosi.
E, per quello che riguarda l'estate, anche il forza 9 del Meltemi si regge con l'adeguata tranquillità, arriva qui smorzatissimo, e trova le barche a porgerli la schiena, sul moletto, unica infrastruttura di questo porto, un moletto costruito bene, e intorno al quale si svolge tutta la vita dell'isola.


Perchè, di vita, in quest'isola, ce n'è. E non è tutto turismo, anzi, stanze in affitto, poche, e per persone che si devono sorbire un po' di aerei e più di un traghetto, persone che amano il silenzio, le capre e le passeggiate tra le pietre.


Arriva da Patmos un traghettino, non giornaliero, negli orari non ci ho capito nulla, ma quando arriva lo fa anche tre volte al giorno. I suoi ritmi devono essere dettati, oltre che dalle condizioni meteo, anche dalle richieste dell'isola. cibo, gasolio, qualche turista da trasportare, e, accidenti, anche il pane!!!!! Ad Arki non si fa il pane, almeno, se lo si fa in casa non si cede a terzi, incredibile! Quando arriva il ferry lo si capisce dal movimento, sul molo, che lo precede di pochi minuti: camioncini, motorette, carrelli, muletti, qualche valigia, qualche zaino e cappello di paglia.


Ad Arki c'è comunque la scuola, una maestra, tre bambini, e per arrivarci, un sentiero pietroso e spinoso, con, parcheggiata, una macchina in mezzo. "I nostri bambini sono dei guerrieri Ninja, saltano, volano, a scuola arrivano comunque" Dice Trypas, che credo, sia l'Autorità dell'isola. Conduce una delle due Taverne dell'isola, pesca, fa la legna, porta la spazzatura in discarica, si occupa anche di intrattenere rapporti con chi deve manutenere la centrale elettrica, mista, gasolio e pannelli solari, ed il dissalatore, ad Arki c'è infatti anche un acquedotto, moooolto greco. E comunque comoda, l'acquedotto greco, noi eravamo a corto di acqua, e, con poca fatica, siamo andati con le taniche alla fontana in piazza, cioè lì, a due passi dalla barca.
E ad Arki non c'è port Authority, non ci sono divise. Ci sono i suoi abitanti, Autorevoli. Trypas, Yorgo, e il babbo di Nicholas. Sono loro, la port Authority.


Ad Arki son tutti pescatori (e pastori). Quest'anno è terminata una piccola costruzione, che avevamo vista cominciare lo scorso autunno, e pensavamo fosse a destinazione turistica. Invece no, le case turistiche gli bastano, ad Arki, quelle che ci sono, ed il moletto per le dieci, dodici barche, e le insenature naturali, sono sufficienti a sfamare dignitosamente tutta la (ridotta) popolazione. Per ora l'isola rimane .... lei.
La costruzione la usano tutti, gli abitanti che vanno a pescare, chi va, chi viene, chi resta, chi porta le reti, chi appoggia i piombi e la muta, chi li va a riprendere, entrano.....


..... ed escono accompagnati dai fidi aiutanti, lei poi.... e mi riferisco a chi dei due possiede quattro zampe,.. è un pezzetto d'amore che lo seguirebbe in capo al mondo, a Lui, orsissimo, ingrugnatissimo, e gelosissimo (di lei), toccato con mano!


Trypas è sicuramente un tipo ingegnoso, che ha fatto una scelta di vita " alla meno" e che ha saputo valorizzare questo luogo



E comunque anche la Taverna di Nicholas ha dato atmosfera a questa isola. Qui si radunano i pescatori, ma, sono affrettata, non è vero, non ci sono fazioni. Le due taverne convivono, ed i pescatori vanno lì e là, e anche noi, non abbiamo preferenze, devono lavorar tutti.

Ad Arki abbiamo fatto due soste. La prima, per un saluto veloce, tutti arzilli, in rotta verso Nord. La seconda, inaspettata, in affrettata ritirata verso Leros. L'umore non è dei più gagliardi, il ritorno non era programmato, così presto, , si deve tornare a casa e questa, una sosta "forzata" per il Meltemi. C'è fretta, ma non così spinta, non merita rischiare. Eppure, questa isola, ha avuto il dono, per qualche giorno, di placare tutte le ansie. Arki, sei splendida.



















lunedì 8 settembre 2014

Ritrovarsi




Vivere il mare è bellissimo, non lo si deve considerare una villeggiatura, sarebbe riduttivo.
Vivere il mare é sapersi adattare ad ogni situazione, visitare luoghi belli e meno belli, prendersi la pioggia, gli schizzi, le buriane. Trovarsi tutti salati ed appendere tutti gli abiti fradici al sole. Pescare, per chi ne ha la passione, cucinare tutti piegati facendo attenzione che le pentole non si ribaltino. Vivere fuori e vivere dentro, in spazi piccolissimi, ma, chissà come mai, comodissimi, i tuoi spazi, conosciuti centimetro per centimetro.Vivere il mare è avere caldo ed avere freddo, e avere sempre un rifugio dove potersi difendere, dal caldo e dal freddo.
Vivere il mare è una lezione, un apprendimento permanente, che ti fa rimanere giovane, nel fisico e nella mente, e che ti fa apprezzare tante cose.
Vivere il mare è ritrovarsi, dopo essersi incontrati, un anno prima, essersi piaciuti, non è così frequente, a colpo d'occhio, aver passato due giorni insieme, aver condiviso, in questi due giorni, buriane, spedate di ancora, essersi dati una mano, nel difendersi dagli attacchi dei manfani turchi, non con sciabole, ormai no, ma solo catamarani di lusso, impazziti, essersi tirati su a vicenda, dopo, con un aperitivo, una foto, una risata insieme.


Certo che c'avete una barca ragazzi....... non la si può non notare. E anche stavolta, Jaro, qualcuno è venuto sulla tua poppa incuriosito, e anche un po' affascinato, le scuse per l'invadenza e la domanda pronta  :" ma è un prototipo questo, vero?"
Siete veramente ganzi, avete insieme fatto di tutto e di più, solcato i mari del mondo sportivamente e poi vi siete disegnati la Vostra barca, e poi l'avete anche realizzata!!!! E siete contenti, e vi ci trovate bene, e continuate ad andare di qua e di là nell'Egeo, si, perchè anche a voi l'Egeo vi ha stregato. Non è mica da tutti veder realizzati i propri progetti. É una grande soddisfazione.


Quest'anno, a Patmos jaro era piena di bambini, piccoli ragnetti, bellissimi, perchè di zampe, di gambe, cioè, sembrava ne avessero otto ciascuno, e non due, scorazzavano da poppa a prua, si arrampicavano sui timoni, sugli strumenti, ridevano contenti. Ammiraglio, che pazienza, che brava sei, ferma e dolce, una nonna stupenda, oltre che una gran donna di mare, essai che ti ho visto un po' provata! Ma i bambini ad un certo punto vanno a dormire, e con loro, e più contenti di loro, i genitori, e allora si scappa un attimo, a remi su acquacheta, perchè lì si può parlare a voce alta e ridere, non si sveglia nessuno.
Due giorni magnifici insieme, beh, si, non è stato proprio casuale questo incontro, ci siamo cercati, ci siamo voluti, e con tutta la tecnologia a disposizione, e mail, watsapp, messaggi..... ci siamo semplicemente telefonati. Mi è piaciuto anche questo, del nostro ritrovarci.


Dopo patmos si torna a Lipsi, nella nostra scoperta di quest'anno, la spiaggia dorata, perchè i bambini vogliono nuotare nell'acqua turchese, e anche i grandi. Il Motoryacht è ancora là, accidenti, dopo tre giorni, rimorchiatori e motovedetta intorno, sembra un'impresa difficile. La falla deve essere stata riparata in emergenza, è più dritto, i motori delle navi rombano, ma lui rimane fermo, alla traina. Il rimorchiatore è piccolo, tutto ad un certo punto tace, ne chiameranno, poi, un'altro, più grande e meglio attrezzato.



Nel pigro pomeriggio, mentre i maschi, piccolissimi, piccoli e grandi  dormono, le ragazze, piccolissime, piccole e grandi se ne vanno a fare una passeggiata, chissà se troviamo un po' di fichi.

E Costas, di fichi, ce ne fa trovare, e anche vino, biologico, lui che da piccolo è emigrato in America e poi, con le figlie grandi, è ritornato a Lipsi, ha messo su una fattoria e vuole imparare dai Toscani a fare il vino biodinamico, ma a Gambassi, naturalmente, e pensare che da casa mia Gambassi si vede proprio bene, lì lì difronte, come è piccolo il mondo


Quella di Costas è proprio una bella fattoria, non manca niente



E dopo la passeggiata, via, l'Ammiraglio che tiene ai bimbi, decreta un sud, per stanotte, se si balla, anche poco, i bimbi si svegliano, si va a Leros, ma non a Parheni, accanto, bene, così visitiamo un altro posto. E Leros è sempre più una scoperta.



Anche per questa volta, ciao, Jaro, ci ritroveremo, faremo in modo. le amicizie, in mare, sono profonde.






venerdì 5 settembre 2014

Ombre rosse




Spesso ci chiedono:" ma cosa fai mentre navighi???"
Io rispondo:" bah, che domanda, navigo, non basta???" Si perché la barca va da sola, ma insomma insomma un po' di attenzione ce la dovrai pur mettere. è come se ti chiedessero:" ma cosa fai mentre guidi???" molte meno cose di quando navigo, di sicuro. Non posso guardare il paesaggio, devo tenere il volante sempre nella posizione giusta, perché le strade son strette e fare a cozzi con uno che viene nell'altra direzione, oppure finire giù da una scarpata, è il tempo di un attimo di distrazione. e poi i semafori, le teste che ti svicolano davanti, i motorini, uno stress insomma. A navigare non sempre si tiene il timone in mano, c'è l'autopilota, le velocità sono modeste, si fa in tempo a scattare e prevenire guai; però c'è da regolar le vele, guardare la rotta di qualcuno e prendere le mire, controllare la carica delle batterie, fare pipì, andarsi a prendere un cappellino, guardare la rotta, dire al T. che oramai i suoni acuti non li sente più, che deve pigiare su Track del pilota automatico per seguire la rotta segnata, Guardare l'angolazione del vento sullo strumento e fare somme, sottrazioni e radici quadrate perchè da una parte abbonda e da quell'altra scade, menomale che le derive da piccina mi hanno fatto venire il sedere sensibile, come mi canzona l'invidioso T.  E ascoltare il soffio del vento, sentire lo sciacquettio dell'onda ed emozionarsi quando un refolo più consistente fa inclinare e scattare in avanti la barca che sembra abbia preso il volo:"quantosifa, quantosifa????"
Sottocosta in particolare c'è sempre un gran daffare. Chi passa a destra, chi a sinistra, ma secondote chi ha la precedenza? (il T. non conosce le regole, e non solo in mare) e la rete, e la secca, ma si passa a destra oppure a sinistra come é meglio?, si guardano tre diverse cartografie, si discute si letica e si fa la pace, c'è tempo per decidere insieme, insomma non ci si annoia.
 Per non parlare poi quando di vento ce ne è tanto, ma questo è un altro film, qui si descrivono delle giornate-tipo.
Poi, all'ancora, oltre a dormire, mangiare, fare il bagno, leggere e scrivere, c'è sempre un po' di teatro a cui assistere, vedere le altre barche ormeggiare è molto interessante, se non ti vengono addosso, nel qualcaso è molto coinvolgente:" ma quello ormeggia alla viareggina, con marcia avanti??? secondo me un gli prende, ormeggiare alla viareggina è un arte" " così poca catena???? contento lui. menomale che è a poppa" "certo, come può sperare che gli prenda, se va indietro come un tranvai ed ancora l'ancora non ha toccato il fondo"e così via. Il bello che tutte queste considerazioni, spesso e volentieri, si rivelano errate, infondendoci il dubbio che forse siamo solo noi l'unico equipaggio ad essere "punito" con una bella spedata,  se non eseguiamo in maniera perfetta le manovre di ancoraggio. Boh.
Talvolta, in mancanza di queste occasioni di dibattito, ci diamo da fare per crearci da soli qualche diversivo ed aggiungere un po' di pathos alla nostra banale esistenza, ma procediamo con ordine.


Lasciata la confortevole cuccia del Leros Marina, che ha ospitato Acquacheta ed il T. per una ventina di giorni ad agosto, procediamo verso la dolce Lipsi. Grazie Francesca e Giovanni, per l'ottimo suggerimento, andiamo infatti ad ancorare in una bella baia a Sud est, a noi sconosciuta, tranquilla e dorata, con un'ottimo fondale di sabbia e ben riparata dal Nord Ovest. Che strano pensare che due punte più ad ovest ci sia il mondo, il pigiapigia di barche e barchini, mentre qui siamo soli, proprioproprio no


ci fanno compagnia questi chiassosi volatili che sembran corvi, ma non lo sono,non fanno cracra, ma un verso più simpatico, forse si tratta di gazze o taccole.


L'ora del tramonto ci regala riflessi dorati sulla parete e la lunga fila di scogli che orlano la baia. Il T. si mette ad osservare le barche da pesca ed i gullit che passano tra gli scogli, gli piace studiare le situazioni, più a destra, più a sinistra, al centro, potrebbe tornare utile, nel caso volessimo girare l'isola da nord e risparmiarci un po' di strada.
Io scuoto la testa, son fifona, i fordali bassi mi fanno venire le palpitazioni, tanto se domani si va a Patmos non conviene passare da nord, dico.


Ad un certo punto uno yacht a motore attraversa l'istmo sotto osservazione, non va velocissimo, ma neanche troppo piano e dopo l'istmo si blocca. E' successo qualcosa. 
È una sensazione terribile, anche se non si vive sulla propria pelle, sulla propria barca, angoscia ed enorme dispiacere, anche se sai che nessuno è in pericolo di vita, ma tutte le barche sono vive, persino quelle lì, e ti metti nei panni del comandante, che si spera sia anche l'armatore, perchè almeno così non lo licenzierà nessuno. 
Per fortuna passano in quella zona tanti pescherecci, e anche barche turistiche, lo yacht è subito circondato da gommoni e barchini che lo legano a terra, ed un Gullit si ferma a distanza e noi supponiamo che abbia caricato a bordo gli ospiti sfortunati, e abbia fatto loro la cena, e forse portati a terra, chissà. Il danno non deve essere enorme, Il cantiere Agmar è a poche miglia, sarebbe arrivata subito, anche se la notte si approssima, una nave per il traino; se possono aspettare la mattina è buon segno. Con il cuore stretto ma un po' risollevati da queste riflessioni andiamo a dormire.
La mattina dopo il primo pensiero è per lei, la barca ferita, e per il suo equipaggio. È sempre lì, ormeggiata, la prua un po' bassa, deve aver imbarcato acqua, ma la nave da traino è a neanche mezzo miglio, ce la faranno. Ecco, non era questo il diversivo di cui parlavo, ovviamente, ne avrei fatto volentieri a meno, di assistere a tutto quanto. Procedo con cose più amene, e con il VERO diversivo, quello cioè partorito dalla nostra perversa mente.

Salpiamo, sì, per andare a Patmos si fa il giro dall'altra parte, pericolosissimo quel passaggio tra gli scogli e le isole alla punta sudest di Lipsi, non lo fate, girate larghi, anche se si tratta di fare molta strada in più e sembra di tornare indietro.


Con il fiocco sempre armato, ho avuto la meglio,  senza dover fare sceneggiate, sul T. che voleva armare il genova, allegramente sboliniamo verso Patmos, le andature strette sono fatte per Acquacheta, avremo deciso di fermarci nella baia a sud di Skala, dove non siamo mai stati.



Il luogo è veramente incantevole, uno specchio d'acqua circondato da rocce ed isole, ci sono molte barche, per lo più addossate al villaggio, ma è tutto molto silenzioso, niente gommoni, motoscafi, moto d'acqua. Idilliaco. Le barche sono tutte attaccate a grandi boe rosse, solo un grande motoryacht e un bastimento a vela sono sull'ancora, lontani dalle spiagge.
Ci attacchiamo ad una boa libera accanto ad un bellissimo Supermaramu olandese, e brindiamo, "stasera si va a cena a quella trattoria là," dico al T. "le boe son sicuramente sue, guarda un po' che nome c'è scritto sopra, sai non vorrei fare figuracce".


Il T. afferra il binocolo e comincia ad ossevare le grandi boe "sisi, hanno tutte lo stesso nome, deve essere quella taverna lassù.......c'è scritto prlive, che nome, nooooooooo c'è scritto prive, le boe son tutte private" e si precipita a prua per leggere lo scritto sulla nostra, di boa"Prive", naturalmente, per quale motivo avremmo dovuto esser diversi?????

E qui si comincia, con il diversivo.

" Beh, se arriva qualcuno, ci spostiamo"
"spostiamoci ora, allora, mangiamo e ce ne andiamo"
"certo, qui c'è molto fondo, e più in là siamo troppo a riva, dove la mettiamo l'ancora?"

E allora invece di mangiare si acchiappa il binocolo in cerca di un buon posto per ancorare" Laggiù, tra quelle due"  "io proverei là invece, c'è anche caso che il fondo sia buono".
"certo che con tutte queste boe è un casino".
Dopo una mezz'ora di discussione a digiuno, una barca inglese ci toglie da ogni impiccio. Si ancora decisa davanti a noi, l'ancora sembra aver preso.
"bada ganzi questi inglesi, conoscono il posto, sicuramente" Sentenzia il T. con ammirazione.
Questa manovra ci tranquillizza un po' c'è speranza, mangiamo finalmente facciamo il bagno e poi mi metto a prua a fare un pisolo.  dopo una mezzoretta apro un occhio e vedo la nobile poppa inglese ad un centimetro dalla nostra prua. Il loro motore è già in moto, levano l'ancora, ci riprovano.
"accidenti, hanno tirato su una foresta, qui non tiene" il commento del T. emerso dalla cabina
e allora si ricomincia, con il binocolo in mano, a scrutare le mosse della barca che si sposta in cerca di un posto migliore "ecco, lo sapevo, ora va lì dove avevo pensato di andare io, non è mica un piro, l'inglese, ale, prendi il portolano e studia un'altra baia, se ci cacciano di qui almeno siamo preparati".
Non prendo il portolano.
La barca inglese gira, gira, ci riprova laggiù, e un po' più in là, noi la seguiamo con apprensione, poi torna verso di noi, e mentre un'altra barca nuova in arrivo acchiappa la boa sulla nostra poppa, capitola e si rassegna a prendere l'ultimo Prive rimasto libero.

Certo, che se devo bacarmi e smoccolare per ancorare e poi domattina scopro che la nostra boa è libera, o, peggio, ci si è attaccato un tedesco, mi inca........ppero

Se arrivano di notte gli chiedo se ci possiamo attaccare a loro, di notte non possono farci spostare.
ale, aspetta a calare la pasta, non vorrei arrivassero mentre mangio.

si, ma quanto devo aspettare?

buio, buio

Ombre, anzi, boe rosse.
ora puoi calare
che scemi.



E su questa impietosa immagine che mi ritrae mentre scrivo questa serie di scemenze, buona notte

mercoledì 20 agosto 2014

di quella volta che l'Egeo, appena ci furono le presentazioni, ci disse educatamente"buonaseeera"


Creta, Laguna di Spinalonga


EGEO, il solo nome mi incuteva terrore.
Essai che il T.rex era deciso, nonostante i miei tentennamenti:" Acquacheta é in grado, benissimo."Eppoi voglio andare a rifare il teak in Turchia chè mi hanno detto che sono bravissimi e non ti spellano" aggiunge lapidario. Raggiungiamo un compromesso, Settembre e Ottobre, il MELTEMI non dovrebbe esserci più. "Si va bene, ma voglio fare anche il Peloponneso, ci sono stato da ragazzo con tenda e gommone, é bellissimo, voglio ritornarci. eppoi si fa Creta e risaliamo verso Rodi e quindi Marmaris"
"sisi va bene amoremio, come comandi tu, ma dovremo comprarci un fiocco"
"zut, va bene così, se proprio proprio, c'é il fiocchettino di Landicchia, quasi una trinchetta". Affermazioni in libertá.
Ingenua.
A Kalamata faceva molto caldo, i primi giorni di settembre, quando l'aereomobile, da una Roma sovrastata da nubi, lampi e tuoni,  mi consegnò tra le braccia di Acquacheta e del capitano, nonchè tra le zampe del mozzo Greta, quell'anno eletta a nostra compagna di navigazione (povera ignara).      
 Stavo malissimo, anche fisicamente, perché quando sono in ansia, il mio  fisico si ribella. Avevo letto commenti, richiesti da me, sul nostro andar per Creta e compagnia bella, con un 34 piedi. Lapidari. 
"Non lo fate, soprattutto se non siete mai stati in Egeo. Eppoi, se proprio volete, un fiocco, un doppio strallo per la tormentina, una randa con tre mani...." insomma, quanto basta per farsi venire il mal di pancia.Partiamo dunque da Kalamata, lui arzillo, il mozzo, ignaro, io, con un cuoricino piccolissimo. Nessun consiglio ascoltato, anzi, una mattina mi sento tuonare" ma icchemenefoiodelfiocco, servirâ dú volte, solo la fatica di tirar giù questo genoa...."

Matapam

Si passa Capo Matapam illesi, con un venticello quasi a favore intorno ai 12 15 knt, gradevole, ci fermiamo a Porto Cayo. 
C'ero già stata lì, tanti anni prima, con una barca a vela di 17 metri, ma, giuro, non ricordavo nulla, perché quando si va in giro con quella roba lì, e, ovviamente, con equipaggio nutrito, anche se "nostrale", non ci si accorge di nulla, e, soprattutto, non si apprezza nulla, perché qualche maschio, prima di te, ti toglie di mano qualsiasi cosa tu stia facendo, in  qualsiasi situazione dicendo: "lascia stare, faccio io". Fanculo maschi imbrancati, io mi ero appena fidanzata e me lo potevo permettere. Potevo tranquillamente fare a meno di scotte, drizze, timoni, tormentine, ormeggi, di tutto. Ci avevo da fare, io, a bordo, altro che scotte, drizze, tormentine, timoni.....

Porto Cayo

Porto Cayo, che billizza di posto, fuori dal mondo, eppure, una nicchia riparata da tutto, fuorché dal Sudest, orlata di vette altissime. Sparavano. Lì sparano sempre, me lo ricordavo, e l'eco si rifletteva tra le vette. Credevo fossero echi di battaglie mai estinte tra paesi arroccati tra i monti, famiglie in guerra da anni. 
Illusa. 
Caccia era, di frodo, fuori periodo, alle quaglie ed altri poveri volatili, forse anche conigli selvatici. La riprova erano la moltitudine di cani stipati in piccoli contenitori trainati da fuoristrada, parcheggiati dietro alla spiaggia. Ci passiamo due giorni, perché, invero, il luogo é fascinoso, e le taverne sulla spiaggia sono accoglienti, anche se durante il giorno, il vento gira quasi dal mare e ci fa ballare un po' e ci avvicina moltissimo alle barche stanziali ormeggiate alle boe, ma la notte tutto tace. Poi, dobbiamo andare ad Est, Kithyra, Creta.
Mi ero attrezzata con una chiavetta internet, per il portatile. Fino a quel momento, per i meteo, ascoltavo Olympia Radio, ed é grazie a quei meteo che ho imparato le mie prime parole in greco moderno: Βόρεια (Vorio, Nord) βορειοδυτικά (vorioditikì, NordOvest) Τέσσερα (tessera, quattro) τοπικα Πέντε (topika pende, localmente 5) Kalì (calmo). Rassicurante. ma é un meteo letto alla velocitá della luce, perchè i mari, in Grecia, sono numerosi, ed ognuno ha la sua peculiarità. Inoltre, anche nello stesso mare, Il bollettino del mare greco, inoltre, differenzia spesso nello stesso mare, zone diverse, in base alla longitudine e latitudine, con tanto di gradi, insomma, é una fatica sovraumana stargli dietro. Meglio guardare una carta dettagliata. 
Ora ho le carte e i siti meteo. 
Peccato che il consulto a porto Cayo fu per la prima volta, con una connessione praticamente inesistente (erano due anni fa, adesso le cose sono migliorate) e non ci capii nulla, essendo, in questo campo dei siti meteo greci, completamente vergine. C'erano, ad un certo punto della giornata, pomeriggio, freccettine gialle, provenienti proprio dalla direzione in cui volevamo andare noi, Elafonissos. A dire il vero qualcosa avevo capito, nel pomeriggio ci sarebbe stato un forza sei contrario, ma poi sarebbe cambiata  l'intensità, non era chiaro se a crescere oppure decrescere. Al T rex avevo timidamente chiesto, quando, per tirar su le vele la mattina, aveva giustamente scelto di andare alla rada più a Nord, visto che fischiava, e anche a gettare l'ancora, per far le cose con calma: "Ma sei sicuro????"
Siiiiiii qui ci rompe, iammuncenne, si va ad elafonissos. 
Zitta, perché non ero attrezzata per replicare. in tutto questo, il mozzo Greta era con me, orecchie basse, come dico io, ad "elmetto", come per indicare perplessità, e sguardo rassegnato.
Navigazione frizzantissima, una mano, da me imposta, di bolina larga, con genoa (una cosa abnorme, giusta per i nostri mari)  rullato. Ci sentiamo dei ganzi, la barca sbanda e corre, lasciandosi dietro schiuma bianca. Poi il vento si fa assente, veramente, in mezzo al golfo. 
Accendiamo il motore, "dai che tra un po' arriviamo, è finito tutto." Lui dice. 
Io ho in memoria quelle freccettine gialle che non mi convincono affatto, ma taccio, anzi dico: amoremio, tanto si va a motore, che ne dici di un'altra mano? tutti sappiamo che "apré midì..." 
Sbuffa, ma poi ascolta, ascolta sempre, quando la voce è perentoria, e non incerta, questo è il segreto, il tono di voce, perchè ormai Lui conosce ogni sfumatura, della mia voce. 
Si prende la seconda (e ultima) mano..... per inciso, a me garbano le rande con tre mani, ora non va più di moda, anche se la seconda riduce di molto, ma non mi piace lo stesso, però tanto con il velaio ci ha trattato Lui e quindi taccio.
Meno male.
A sette, otto miglia da Elafonissos (leggi capo Maleas) si scatena il finimondo, prima 30, poi 40 knt in facca e onde di due, tre, forse quattro metri, ovviamente in faccia anch'esse, in un attimo.  Forse esagero, non avevo dietro il metro, ma ricordo perfettamente che queste maledette si arrotolavano sulla prua di Acquacheta e dopo averla fatta sbatacchiare ben bene, la attraversavano tutta per andarsi ad infrangere sul pozzetto e tutto quello che c'era dentro, timoniere compreso.
IDIOTI.
Con il senno di poi sarebbe stato ragionevole puggiare e fare rotta verso il lato ovest  di Kithira, percorrerlo tutto, e andare ad ormeggiare nella baia Sud dell'isola, in barba all'acqua da percorrere, ancora. Ma mancavano solo poche miglia alla meta....... 
E'  stupido perseverare verso l'obiettivo programmato, quando il meltemi si incattivisce (era scritto, ma non ero stata in grado di leggerlo, il giallo è forza sette, ma poi ho imparato che sottocosta e nei golfi é anche forza otto), soprattutto con una barca piccola, anche se marina, e soprattutto ancora, se non si ha armato un fiocco; bisogna presentargli il sedere, al meltemi arrabbiato, a meno che non ci si trovi a mezzo miglio dalla meta, allora si può fare quasi tutto).
Insomma per percorrere cinque miglia abbiamo impiegato più di cinque ore, vale a dire, neanche un miglio all'ora, randa e motore, perchè il genoa rullato era inservibile e non stringeva un tubo.
"Ora si disalbera" ho pensato più volte mentre esseri invisibili ed urlanti abbattevano la barca in orizzontale e la falchetta entrava abbondantemente in acqua.
"Ora si fonde il motore" ho pensato più volte mentre il povero arrancava al max dei giri sulle montagne russe liquide.
In quell'occasione ci è tornata comunque comoda l'esperienza di volte passate, anche se vissute in situazioni diverse, per certi versi peggiori.
Mai farsi sopraffare dalla stanchezza, dal freddo e dalla debolezza.
Allora si fanno turni al timone di 40 minuti ciascuno, e mentre uno sta fuori a puntare i piedi, orzare e puggiare per contenere i danni, e a prendersi secchiate di acqua, l'altro sta chiuso dentro, ad asciugarsi, cambiarsi, pulire gli occhiali dalla crosta di sale, rifocillarsi, scaldarsi un po' abbracciando il mozzo peloso che in queste situazioni trova sempre un posto ottimo dove incastrarsi e non ruzzolare.
Due cerate ciascuno, ci siamo consumati, e se ce e fossero state tre, sarebbero servite.
Alla fine un miraggio all'orizzonte, ricoperto dalla nebbiolina che fa il mare spazzato dal vento. Sembra irraggiungibile, eppure è li che si approssima al rallentatore.
Una spiaggia favolosa, candida. In retroguardia dune altissime vegetate. In avanguardia, un mare che cambia colore e che, si vede, se ci arriveremo diventerà turchese. 
La cosa incredibile è che ci avviciniamo, ed il mare cala un po', non ci sono più le onde che a me sembravano giganti, però...... onda ce n'è ancora, spumeggiante, e l'immagine è quella di una distesa biancoblu che passa al biancoturchese.
Ma quando accidenti finisce sta roba, dobbiamo buttare l'ancora sulle dune per stare un po' in pace?? Eppure ci son due barche a vela, ormeggiate vicino alla spiaggia. Se ci stanno loro ci staremo anche noi, è il pensiero di entrambi.
Ah, buttare l'ancora con 40 nodi di vento era una sensazione sconosciuta. Capisci subito se ha preso e non c'è bisogno di fare tremila prove con il motore. stop, indietro piano stop, indietro piano catena indietro, più forte, più forte..... guarda le mire.....
Niente di tutto questo, non importa neanche aspettare che la barca sia completamente ferma. La butti, mandi giù rapidamente catena, la barca si traversa fino a superare i 180 gradi, senti un colpo, la barca si raddrizza alla velocità della luce, spengi il motore, basta, brindiamo.
Non ho scattato neanche una foto al paradiso terrestre che ci aveva accolto. Eravamo troppo presi a far festa e a riempirci gli occhi di quello splendore, a scaricare la tensione accumulata. Poi non sono mai stata una che fotografava, di più il T. Rex; l'Egeo mi ha fatto cambiare anche in questo, giorno dopo giorno, fino a che non ho deciso di scrivere qualche pensiero in libertà, a proposito di quello che si prova, navigando in quel mare, toccando quei posti, incontrando quella gente.

E poi, visto che quello che stavo vivendo, non mi bastava, ho cominciato a scrivere anche qualcosa di quello che avevo già vissuto "unn'avessi, un giorno, a dar di barta e dimenticarmi tutto, sarebbe un peccato".

E quindi, basta poco, adesso, riguardare una foto appesa ad un muro, oppure seguire sulla rete le avventure di due entusiasti ragazzi che da giorni, prima di dormire, per un attimo pensano che fra poco dovranno doppiare Capo Maleas, con un misto di apprensione e di curiosità (beh, quest'ultima cosa me la sono immaginata io ma penso di andarci vicino, a come stanno le cose), per spalancare le porte che contengono i miei ricordi, e lasciarli correre su un foglio elettronico. Mi piace, mi fa stare bene. Grazie ragazzi, per avermi spalancato qualche porta.

Da quel giorno, e per più di un mese, il Meltemi lo abbiamo avuto sempre a favore, facendoci galoppare come neanche i nostri quattro equini messi insieme.
Ed arrivare a Creta è stata un'emozione indescrivibile


Creta, O Granvousa